Non vedremo più il sole. Di quarantena morte e altre storie

Moriremo di quarantena, di fame, di coronavirus, di mala sanità. Di certo, moriremo peggiori di prima

Pubblicato il 6 Aprile 2020

Sti barattieri che ora lo fanno per moda
mi parlano dei quartieri, mi parlano della droga
nel lusso di quei piaceri dove la foga li affoga
noi siamo scesi sinceri scortati da Malacoda
lungo le strade di demoni alati, armati di rabbia ed uncini
io ti inchiodavo su quei “pensieri di stracci”, Guccini
Baci omicidi ed abbracci falsi nei tiri mancini
poi mi sollevo nel vento folle di Osvaldo Licini
Questi colleghi che non salutan la gente
la vita gli ha dato tutto, non han paura di niente,
perché non temono il lutto, saranno “ricchi per sempre”
sono costretti a nuotare dentro ad un mare di pece bollente
Che per la pace a quel verme non serve più il Padre eterno
se gira in tondo legato al denaro che fa da perno
mentre lama sottile di amore buca lo sterno
voi non vedrete più il cielo voi resterete all’inferno
Claver Gold, Malebranche, 2020

In quarantena ci si ingrassa. In quarantena ci si ingrassa e se esci di casa uccidi il prossimo. In quarantena ci si ingrassa e se esci di casa uccidi il prossimo e nelle Marche, se ti ammali, muori.

Forse l’ho presa un po’ sottogamba, la quarantena da coronavirus, nei primi giorni di bile e rancore. Troppo presto la situazione è sfuggita di mano e questo sadico esperimento sociale è degenerato travolgendoci. Non c’è più niente da ridere, siamo precipitati in una guerriglia ancora prima che potessi brindare dopo 14 giorni di essere ancora vivo. Me ne bastavano un paio, in realtà, che gli ultimi rapporti umani a meno di un metro, esclusi moglie e figli, non li ricordo più.

Se esci di casa in quarantena sei un untore.
A meno che

Dopo la circolare del Ministero per spiegare che si può mettere il naso fuori casa coi bambini – e con gli invalidi e in altre situazioni che bastava il buon senso a capire – la gente è impazzita. Che poi servisse una circolare è indice dell’analfabetismo della Penisola. Era scritto chiaro, fin dal primo decreto, che una passeggiata era permessa, vicino casa e senza assembramenti, ma la gente non sa leggere e chi sa leggere è in malafede o un amministratore pubblico.

Due paranoie me le sono fatte, però. Non si può uscire per prendere aria o fare due passi, nemmeno con tutte le accortezze del caso che sarebbero comunque sprecate: uno a un metro dall’altro, dove vivo, tutti in fila non copriremmo nemmeno il corso. Ma non si può uscire, così, a cuor leggero in questo clima.

Si può uscire col cane. Si può andare a fare la spesa, alle poste, dal tabaccaio, in banca, al forno, dal fruttivendolo, in ferramenta, perfino da Mediaworld, in qualche caso addirittura al mercato. Anche più volte al giorno. I vecchi hanno sostituito il medico con la farmacia, si intrattengono mezz’ore al banco a lamentare i loro mali già alle otto del mattino. Mentre l’autofonica ci ricorda che dobbiamo morire.

Si può andare al lavoro, si può andare in fabbrica, ammassati in centinaia a produrre per consumare e crepare. Si può lavorare in quelle due o tre multinazionali strategiche per il Paese delle mie parti: tutti i contagiati della città dove vivo, esclusi ospedali e case di riposo (i cui ospiti e personale abbiamo mandato al macello da dilettanti quali siamo) lavorano lì o sono loro familiari. Fabriano – 30mila abitanti, 4mila disoccupati – ha il numero anomalo di contagi che ha – un’ottantina, compresi due bambini, ad oggi, in crescendo – non a caso.

Dagli all’untore

Uscendo di casa sembra di entrare in ospedale. Mascherine e guanti e burqa. Strappi di stoffa spacciati per dispositivi di protezione a 4€, perché il prezzo lo fa il mercato, è il liberalismo bellezza. Il capitalismo ti vende il superfluo, il comunismo ti fornisce il necessario.
Ma tanto moriremo tutti, se non altro di fame, già che non lavora più nessuno; ci stanno spingendo a una disperazione tale da farci accettare come salvifica la stretta cui l’Europa ci impiccherà e d’altra parte non aspettava altro da anni. E voi sollevati, coi vostri tricolori del cazzo fascio leghisti a urlare “STATTE A CASA CHE TTE PIJI NCORBU CHIAMO I CARAVINJERI!!111!1!”. Mortacci vostra. Fossimo stati in USA avreste già spolverato le doppiette. Ma #andratuttobene.

Spero che se e quando tornerete abili, fisicamente almeno, andiate a fare i lavori manuali agricoli oggi lasciati scoperti dagli immigrati che lamentavate ce li rubassero. Altrimenti non mangeremo più, visto che nessuno raccoglie più nulla e per il vostro meraviglioso mercato libero frutta e verdura stanno alle stelle. Così come mascherine e Amuchina: un prezzo che non lo fa il mercato si chiama economia pianificata, magari socialista, ma voi pagate pure venti euro un oggetto che sei mesi fa ne costava due. Che fortuna essere liberi.

Non ne usciremo migliori, anzi. Gli italiani si sono imbarbariti, incattiviti, consumati in questo stress test infinito e hanno gettato la maschera. Capiamoci, vent’anni fa erano più o meno identici, ma fuori dal bar non avevano voce. Internet non ci ha reso migliori, e già partivamo da un livello bassissimo. Con questa storia della guerra ci hanno messo uno contro l’altro, hanno creato un nemico comune e trasformato ogni italiano in un infame. Non serviva l’esercito né un attacco straniero, bastava darci la possibilità di scannarci tra noi e #uniticelafaremo.

Hanno chiuso parchi giardini ville spazi verdi di ogni ordine e grado, siamo noi gli untori. Noi coi figli piccoli che da settimane non hanno più la loro vita fatta di scuola, gioco, giardini. La mia socialità è morta vent’anni fa, me ne fotte veramente poco di starmene mesi a casa e non sarebbe nemmeno la prima volta e ho tutto da guadagnarci a stare con me lontano da voi, ma mio figlio soffre. Non è giusto, per lui che ha 4 anni, questo sacrificio. Ma a sentirvi sembra che si muoia per colpa nostra, che per non sentire più la psicopatica al piano di sopra che sbatte sul pavimento non appena mio figlio fa un passo ci affacciamo in un putrido giardino condominiale tra case popolari insieme ai cani e alla loro merda. Per colpa nostra, non per come hanno ridotto il sistema sanitario nazionale.

Gli untori siamo noi, mica le 12mila aziende lombarde che in 24 ore, dopo la chiusura delle produzioni non “essenziali”, si sono precipitate a chiedere una deroga ai prefetti per restare aperte. In Veneto lo stesso. Non ci resta che andare a fare la spesa, tre volte al giorno. O adottare un cane o cercarci un lavoro in fabbrica, se vogliamo rivedere il sole.

quarantena marche

Nelle Marche se ti ammali muori. E non solo per colpa del coronavirus

Nelle Marche la mortalità da coronavirus è elevatissima. Siamo la quinta regione per contagi e decessi, pur essendo solo la tredicesima per popolazione. Servita, sta quarantena. A saperlo volavo in Maghreb un mese fa.
Nelle Marche, tra il 2010 e il 2018 la Regione ha soppresso tredici ospedali (4 ad Ancona, 4 a Macerata, 3 a Pesaro e 2 a Fermo). I posti letto perduti sono stati 1.175, pari al 18% della dotazione del 2010. Si muore di coronavirus, quindi, ma prima devi trovare una terapia intensiva, e di ospedali ne sono rimasti una manciata e tutti lontani dall’entroterra. Spera di non ammalarti di altro, di questi tempi. Spera, nelle Marche, non ti serva mai un ospedale. Finché ce la fai, monta in macchina e corri in Umbria, se abiti dalle mie parti.

A futura memoria

Il governatore Luca Ceriscioli, cui auguro la più disonorevole damnatio memoriae, che tanto si è adoperato per spargere sale sulle macerie del nostro terremoto, è in quarantena dopo aver incontrato l’invocatissimo superconsulente Bertolaso, che non ha aspettato l’esito del tampone per volare nelle Marche a infettarci e progettare un ospedale provvisorio da 120.000€ a posto letto che sarà smantellato a emergenza conclusa. Un totale di 12.000.000, dodici milioni di euro; gestione dei fondi in capo a un privato come l’Ordine di Malta.
Una marchetta per Civitanova – sì, lo faranno lì, guarda caso – che sta soffrendo di visibilità e importanza e ricavi in questo periodo. Un’operazione per vincolarsi a cravattari che finanzieranno l’opera contrattando e ricattando fior di favori, che sono curioso di vedere come gestirà la Lega (il cerino, alle prossime elezioni, resterà in mano a lei). Una presa in giro quando decine di ospedali chiusi nelle Marche potrebbero essere riaperti e sono già predisposti per affrontare la situazione, ma costruiamo una struttura provvisoria da 120.000€ a posto letto. Lo ripeto, casomai qualcuno pensasse avessi scritto male.

Ancora non basta? Una delibera approvata dalla giunta regionale marchigiana il 18 marzo 2020 dà il colpo di grazia: su 5 milioni di stanziamenti per l’emergenza, fatti salvi gli ospedali di Pesaro e Torrette, due milioni andranno alle cliniche private e uno agli altri ospedali dell’Asur. In altre parole: alle strutture sanitarie private la Regione assegna il doppio dei soldi di tutti gli ospedali pubblici delle Marche. Una sproporzione che ha dell’incredibile, se si considera che, ad oggi, su 1.165 ricoverati per coronavirus, 1.095 sono in strutture pubbliche e solo 70 in quelle private.

Questo è non avere il senso del limite; o sapere bene che ogni limite si può sfondare, con una platea di elettori imbelli che accetta di tutto basta che #stiamoacasa. Nel Paese, fuori dalle Marche, non va molto meglio. Se da noi, nonostante il 70% del bilancio regionale destinato alla sanità, si taglia all’osso ogni servizio per retribuire privati che pagano campagne elettorali – e grazie a Dio tra spero poco non vedremo mai più le brutte facce che ci hanno devastato nell’ultimo lustro ma ahimè verrà anche di peggio – il sistema sanitario nazionale lo abbiamo visto in questi giorni come è ridotto. Come l’hanno ridotto.
In dieci anni 40 miliardi di tagli. Restare nella NATO ci costa però oltre 20 miliardi all’anno, le fabbriche di armi restano “essenziali” e col costo di un F35 si realizzerebbero 2mila posti di terapia intensiva. Ma lasciamo i malati a boccheggiare parcheggiati non si sa dove.

Perché qualcuno ovviamente deve guadagnarci: Salvini chiede di trasformare Milano in «zona economica speciale» con agevolazioni per il padronato e limitazioni dei diritti sindacali, ci sono le richieste di deroghe a importanti tutele ambientali, ci sono settori di forze dell’ordine e forze armate che hanno l’acquolina in bocca per la centralità che avranno in qualunque nuovo scenario.

quarantena coronavirus

Mesi in trincea. Armiamoci e partite

Guarda come ci hanno rincoglionito. Niente niente mi toccherà dar ragione ai novax? Tutta questa premura nell’ammonirci che nulla tornerà mai come prima e che quest’allerta sfociata in uno stato di polizia sarà infinita e che tuttavia moriremo tutti mi sembra esagerata. Non perché manchi la gravità del caso, ma i risultati non giustificano questa pressione. Come ci fosse dell’altro, che non colgo.

Nessun governatore o governante muove o ha mai mosso un singolo passo se non per il proprio interesse e tornaconto e, sinceramente, per venderci alla Troika non serviva tutto questo: lo fanno un pezzo alla volta da anni, anche a colpi di modifiche costituzionali e ad opporsi siamo sempre in meno, mentre il popolino urla #noinvasione. Ecco, stavolta non credo ci sia solo l’Europa dietro, che non ha mai chiesto il permesso per mettercelo in culo. Tuttavia non so dare un volto ai colpevoli.

Non rivedremo più il sole. Ma la frustrazione più grande è che nessuno sta facendo nulla per trovare una soluzione. Stare a casa non è una soluzione: siamo nascosti nelle trincee, ma il nemico è là fuori e appena usciremo ci falcerà. Non possiamo nasconderci per sempre. Sembra come se tutti stiano aspettando un vaccino o l’estate o un miracolo, comunità scientifica inclusa, ma senza una soluzione siamo condannati a un’attesa di mesi. Mesi di reclusione. Mesi in trincea. Mesi che ci comprometteranno, non servono psichiatri a capirlo. Siamo già con un piede nella fossa.

Nessuno tra le carogne responsabili di questo e altri crimini pagherà mai. Di una giustizia costruita da uomini per uomini, dove la legge è uguale solo per quelli uguali tra loro, non ci si può fidare e inizio a dubitare anche di quella divina. Non mi resta che aggrapparmi ancora a quell’aldilà di fuoco, spade e uguaglianza dove troppa carne dovrà incenerirsi. Vi auguro la dannazione perenne, la pece bollente e i Malebranche.

Poi, finalmente, sono ingrassato un paio di chili.



Dillo a tutti

Copyleft (L) Lorenzo Asthorone Paciaroni 2020. All rights reversed

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