25 aprile 2020. Una Liberazione rubata

Nella quarantena non ci hanno concesso di celebrare i 75 anni dalla Liberazione. Ma forse non ce lo saremmo meritati

Pubblicato il 27 Aprile 2020

Il 25 aprile è una festa divisiva. Grazie al cazzo. Avete mai visto una guerra unire? Perché il 25 aprile festeggiamo una vittoria, una vittoria in una guerra, e se c’è qualcuno che vince deve esserci qualcun altro che ha perso. La guerra è così, la guerra fa orrore.

È stato il 25 aprile anche questo 2020 e mi sono goduto un paio di bellissime dirette, che di meglio non si poteva fare con questa quarantena, soprattutto quelle del professor Alessandro Barbero. Lo storico piemontese è una star ormai nell’ambiente, e ogni sua parola andrebbe incorniciata. Quando parla di antifascismo e anticapitalismo, soprattutto.

Quasi non mi ha fatto rimpiangere il monte Argentaro. Quasi. Guardandomi però attorno ho notato, soprattutto a livello locale – perché se si parla di Resistenza non si può non parlarne in termini di Resistenze, ognuna diversa dall’altra per realtà geografica, composizione, vicende storiche – quanta ignoranza, quanta imperdonabile leggerezza o intenzionale provocazione nel fare ancora domande che da decenni dovrebbero avere risposta e quanta sciattezza nel non dare queste risposte nella maniera corretta.
Se si parla di Resistenza bisognerebbe almeno conoscere quella combattuta sulla terra che si calpesta ogni giorno, se si ha questa fortuna. Poi allargarsi in cerchi concentrici e ammettere che una conoscenza ad angolo giro sul fenomeno è quasi impossibile. Ma ecco, io qualche studio l’ho fatto, a casa mia, prima di affacciarmi alla finestra.

monte san vicino

Monte San Vicino

Ovviamente non parlo di Barbero, che sa il suo eccome: costretti a casa come siamo per questo anniversario che ci hanno rubato in nome di una sicurezza discutibile, per una sognata e chiaramente mancata riduzione dei contagi dopo una fallimentare cura medievale a base di lazzaretto, non possiamo fare altro che vegetare tra un social e l’altro. Mai ci fu luogo peggiore per discutere di qualcosa, soprattutto in un momento in cui siamo tutti peggiori.

Famo a capisse: se esistono gli storici è perché una verità storica, definitiva, su un evento o un argomento è raro esista, ne esistono però interpretazioni a partire dai documenti. Aggiungo anche che prendere una posizione è un diritto e comunicarla una libertà costituzionale. Mi piacerebbe quindi fare due appunti, così a caldo e senza pretese di completezza – non sono bastate 24 ore di diretta di storici, figuriamoci cosa posso fare io che non sono nessuno – su qualche aspetto della Resistenza, sia locale soprattutto ma anche non, che spesso non viene trattato. Oppure viene trattato con superficialità, oppure non si è ancora capito nonostante i 75 anni della Liberazione. Che da me sono 76: Sanseverino si è liberato il primo luglio 1944. Ma non da solo, né, a dirla tutta, si è propriamente liberato.
Ecco, inizio da qui. E vado in ordine sparso, come mi viene.

La guerra è guerra

La guerra di Resistenza è, appunto, guerra. I più democristiani la chiameranno guerra civile europea, i moderati guerra civile; per me è solo guerra, senza aggettivi. E la guerra è fuoco e sangue e morte, non c’è un cazzo di civile né tantomeno di romantico. In una guerra le violenze ci sono da una parte e dall’altra: non c’erano buoni e cattivi nella guerra tra partigiani e nazifascisti e chi combatte, in prima linea, in ogni guerra, è sempre solo carne da macello. C’erano due cause, quello sì, e ognuno combatteva per la sua. Una guerra la vince – di solito – chi ha più armi, uomini, mezzi, tecnologia, denaro. Di solito; la storia ci ha regalato anche belle eccezioni. Ma la lotta di Liberazione non è una di queste.

monte argentaroLa Resistenza è stato un movimento di supporto agli alleati, per quanto nata spontaneamente; gli alleati l’hanno armata e addestrata e aiutata, ma la guerra l’hanno fatta loro – perlopiù dal cielo, senza sottilizzare troppo su chi e cosa colpire e fortuna la loro pessima mira, dalle mie parti -. Sul palazzo del Reichstag è stata issata bandiera rossa e senza l’Unione sovietica del compagno Giuseppe Stalin avremmo fatto ben poco. Gli americani hanno aspettato buoni buoni che altri facessero il lavoro sporco prima di avanzare per prendersi i meriti (400mila morti USA a fronte di 25 milioni di morti sovietici, per dirlo con i numeri).

Poi, la storia, ha dato voce e ragione alla guerra di Liberazione e ci mancherebbe altro, ma il punto qui è altrove: un fronte combatteva contro l’altro ed entrambi erano armati, determinati, spaventati e pronti a tutto. Non importa chi ha vinto, chi ha vinto meno o chi ha perso, in una guerra ci si uccide. Che una parte, poi, almeno qua – e quella parte furono i fascisti, nemmeno tanto i nazisti – fu più efferata dell’altra è stata probabilmente una combinazione della storia.

Le testimonianze confermano che, avessero potuto, i partigiani – soprattutto gli slavi, in un paio di occasioni – non sarebbero stati meno feroci. Magari i partigiani – e parlo sempre di quei nove mesi nel sanseverinate, che ho avuto occasione di studiare -, nelle loro esecuzioni, non hanno torturato le vittime come invece hanno fatto i fascisti prima di ucciderle, ma sempre di esecuzioni, sommarie e senza un processo, parliamo. Questa è la guerra e la guerra fa schifo. Ma a Sanseverino Mario Depangher non lo permise. Non sprofondò il conflitto a questi livelli di disumanità. Di fatti, di orrori oltre l’ordinarietà orrida di suo della guerra se ne contano pochissimi. Le ritorsioni promesse dai nazifascisti sarebbero state applicate alla popolazione civile, e quindi, da comandante, Mario impedì ai suoi uomini gesti irresponsabili. Ma su questo ci torniamo.

Fatto sta che oggi parlare di partigiani buoni e tedeschi cattivi, intellettualmente e storicamente, non ha un granché senso. Cioè, se vogliamo anche sì, la storia la scrive chi vince e in Italia, dove da celebrare c’è poco, a qualcosa dobbiamo pure appigliarci se vogliamo creare un senso di popolo, di unità nazionale, di Italia fondata su una costituzione nata dalla Resistenza. Ma, come vediamo ogni giorno, soprattutto a ridosso del 25 aprile, questo discorso non funziona poi molto. Gli italiani, sotto sotto e neanche tanto, sono rimasti fascisti. Anche se il Fascismo non l’hanno mai visto. Vorrei però vederli io, i sabati fascisti, a marciare al campo sportivo in assetto da parata e camicia nera.
Inoltre, di minacce fasciste, oggi, in Europa, non ne vedo; non parlo di regimi autoritari e pericolose derive – quelle pure troppe -, ma di vero e proprio Fascismo come sistema totalitario, che a dirla tutta nemmeno Mussolini riuscì ad organizzare (non ci sarebbe stato il 25 luglio, altrimenti. In Italia attecchì in realtà più la mobilitazione che l’ideologia, l’italiano è impermeabile a ciò che non legge come immediato guadagno, purtroppo o per fortuna).

Chi sta dall’altra parte, me compreso, ha però – ammettiamolo – il piacere di leggere, anche fosse solo per sintetizzare, la Resistenza come movimento che ha liberato l’Italia. E va bene così. Fate però lo stesso quando si parla di Palestina, quando si parla di Donbass, quando si parla di Val di Susa, quando si parla di UE e NATO, quando arrivano le banche dove non arrivano i carri armati, quando si parla di mille altre resistenze in cui si lotta per la libertà.

I partigiani non ci hanno liberato. Ma hanno fatto la loro parte

La Resistenza non ha liberato l’Italia. Non ha liberato Sanseverino né Milano o Torino il 25 aprile. Vero che gli occupanti se ne sono andati dalle nostre città spesso prima dell’ingresso degli eserciti alleati, ma non per questo si può dire che siano stati i partigiani a cacciarli via sconfitti. Non ovunque, almeno. Di sicuro, cacciare l’occupante non era l’obiettivo principale della lotta di Resistenza. Sarebbe stato bello, ma non sarebbe stato possibile.

La Resistenza – come i GAP – serviva per indebolire l’occupante, fiaccare i nazisti, lavorarli ai fianchi sabotando mezzi, comunicazioni e infrastrutture, non per combatterli e cacciarli via sconfitti. Una guerra di logoramento e di nervi. La guerra di Resistenza non aveva armi né competenza, raccoglieva ragazzi e sbandati e ex prigionieri di guerra di tutte le provenienze; nemmeno con l’aiuto degli alleati – che in certe parti hanno fatto più morti bombardando a cazzo dal cielo dei tedeschi – avrebbe avuto speranza di farcela in una guerra tradizionale. In una guerriglia poteva però fare la differenza. D’altra parte nessun esercito di liberazione in Europa è riuscito a liberarsi da solo dall’occupazione, fatta eccezione per l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (al costo di un’esagerazione di morti).

Questo ruolo della Resistenza come spina nel fianco degli occupanti non è un’opinione, possiamo affermarlo con certezza storica. Lo hanno dichiarato gli stessi gerarchi nazisti ai processi di Norimberga quante difficoltà la Resistenza apportò loro, ammettendo che Roma è stata la città tra i paesi occupati che più ha dato filo da torcere. Questo significò, per i tedeschi, spostare truppe su Roma occupata – e su altre zone d’Italia resistenti – proprio quando più bisogno ce n’era al fronte.

25 aprile

Combattenti per la libertà o assassini?

Restando a Roma, emblematico è l’attentato di via Rasella. Emblematico perché, con i suoi 33 morti, è un esempio di quanto a Roma non se la passassero bene gli occupanti. La reazione, la rappresaglia dieci a uno delle fosse Ardeatine (335 italiani trucidati; 5 in più dell’ordine da eseguire), ha scatenato un dibattito ampio che in 75 anni ancora non ha trovato una fine. C’è chi ancora addita i Partigiani come assassini, poiché erano consapevoli delle ritorsioni previste in caso di un attentato ai nazisti. Lo stesso artefice condannato, l’allora capitano SS Erich Priebke, sostenne che i partigiani organizzarono l’attentato di via Rasella con l’intento di provocare una rappresaglia e spingere così i romani alla rivolta.

Una questione morale non da poco. Non dimentichiamo però che stiamo sempre parlando di una guerra, e la guerra è una merda. Ma se si considera ingiusta un’occupazione, non combatterla – anche con imboscate e attacchi pericolosi per rappresaglie come quello di via Rasella – significa soccombere all’ingiustizia. Ecco, io mi sento di prendere questa posizione: se un regime viola le libertà fondamentali dell’uomo quel regime va combattuto, con ogni mezzo necessario.

Partigiani contro occupanti in fuga: il caso settempedano

I partigiani non hanno liberato un bel niente, dicevano il 25 aprile un po’ qua e un po’ là i delatori della Liberazione. Da un certo punto di vista è vero, lo abbiamo visto prima, ma da un altro sono stati fondamentali e funzionali alla Liberazione.
Si sostiene anche spesso che i tedeschi erano già in fuga e i combattenti per la libertà ne abbiano impedito l’allontanamento minando ponti e facendo saltare infrastrutture viarie. Un gesto inutile e fuori tempo massimo, oltre che dannoso, a detta dei soliti. Soliti ignoranti, ovviamente.

Una notte di guerra. Far saltare i ponti

Con l’estate 1944 alle porte, mentre i tedeschi si ritiravano verso la linea gotica vennero minati ponti. Ne abbiamo parlato nel libro Una notte di guerra, già che una di queste azioni portò a uno scontro a fuoco tra partigiani e tedeschi nel quale persero la vita Francesco Saverio Bezzi – un nobile al servizio della causa partigiana, zio dell’attore e regista tolentinate Francesco Saverio Marconi; la coincidenza dei nomi ovviamente non è una coincidenza –, Vinicio Damiani, un soldato austriaco di nome Albert passato tra le fila della resistenza sanseverinate e un soldato sudafricano ex prigioniero di guerra di nome Archibald Reice Campbell. 75 anni dopo abbiamo ricostruito le vicende di quella notte grazie a testimonianze inedite dal Sud Africa. Siamo anche riusciti a contattare, a Londra, la nipote di Campbell, unica sua discendente, ed è stato emozionante.

Tornando alla storia dei ponti minati coi tedeschi in fuga: no, non fu un gesto inutile nè un tardivo momento di gloria. Il motivo di queste azioni è noto e l’iniziativa non fu partigiana. Servirono per rallentare la ritirata nemica e impedire che i tedeschi si fortificassero lungo la linea difensiva tedesca Bologna-Pisa-Rimini.

Lo abbiamo spiegato in Una notte di guerra:

Ai primi di giugno del 1944 l’armata germanica è in ritirata e in questo periodo si intensificano gli appelli ai patrioti da parte del generale Harold Alexander, comandante in capo delle truppe alleate, a concentrare gli attacchi ai tedeschi e a ostacolare in particolare i loro trasporti in tutte le maniere. Ciò al fine di costringerli a un disordinato ripiegamento sulla Linea Gotica, prima che questa potesse essere completata e rafforzata secondo i piani del feldmaresciallo Kesselring. L’impressione è che ci si trovi vicini alla spallata finale definitiva e che la guerra possa presto terminare; i radiomessaggi ai partigiani del 6 e 8 giugno 1944 lo confermano. Gli ordini del generale vengono messi subito in atto e iniziano i sabotaggi su ponti e viadotti delle principali vie di comunicazione. Queste azioni non sono perciò un’iniziativa arbitraria e inopportuna dei partigiani, come una certa vulgata antipartigiana vuole far credere, ma vanno inquadrate in attività concordate con i comandi alleati per impedire il consolidamento delle difese tedesche.

Mario Depangher. Un eroe dimenticato

Scontri tra i tedeschi di stanza nella caserma sanseverinate e i partigiani non ci sono stati, in quei nove mesi di guerra. Tutti i combattimenti, a Sanseverino, videro i partigiani lottare contro tedeschi inviati sempre da fuori città. Con i fascisti la storia è diversa, e gli episodi sono tanti (in Una lunga scia di sangue li trovate tutti).
In città, l’occupazione nemica aveva installato un contingente costituito solitamente da tre militari, un maresciallo e due soldati, dal comportamento disciplinato, di cui però tutta la cittadinanza aveva una certa soggezione e diffidenza. Fatto sta che, in nove mesi di guerriglia, i partigiani del battaglione Mario e i tedeschi della caserma sanseverinate non ebbero mai modo di incontrarsi né scontrarsi. I patrioti erano un numero variabile, ma sempre diverse decine, attaccare sarebbe stato semplice. E i tedeschi, avessero voluto, avrebbero trovato dozzine di spie e infami per arrivare alla base degli uomini di Mario, che in molti sapevano dove fosse. Strano, perlomeno.

Mario Depangher

Non me lo toglie nessuno dalla testa, nonostante manchino documenti a confermarmelo. Mario Depangher, secondo me, trovò un accordo di “non belligeranza” con quei soldati. Mario, originario di Capodistria, fuggito da Vienna a Parigi a Mosca prima del confino a Sanseverino, parlava cinque lingue (italiano, serbocroato, tedesco, francese e russo) e grazie a questo – col suo vice, lo sloveno Giulio Kacic – seppe tenere assieme la sua banda, composta da italiani, croati, serbi, inglesi, montenegrini, russi, somali, etiopi ed eritrei. Non fu semplice, ce lo racconta lui stesso: oltre alla litigiosità, alle divergenze politiche e culturali, alla guerra e alla durezza delle condizioni di vita c’erano i problemi di lingua.
E Mario, da mediatore culturale nella sua banda, credo sia riuscito a ottenere un accordo anche coi tedeschi. A nessuno piace complicarsi la vita, e in guerra la vita è davvero complicata.

Mario Depangher, liberata la città dall’occupazione nazifascita, ne fu il primo sindaco. Durò poco: diffamato, accusato di crimini inesistenti e mai commessi, fu fatto arrestare dagli inglesi come un volgare malfattore nemmeno sei mesi dopo. Uno dei tanti delitti commessi dagli alleati, che dopo aver disarmato i partigiani li hanno messi all’angolo. Liberato dopo poco, sfiduciato verso questi ingrati, se ne tornò giustamente nella sua Muggia a fare il pescatore. Sono arrivato fin lassù per inginocchiarmi davanti alla sua lapide e dirgli grazie, oltre che chiedergli scusa. Mi sembrava il minimo.

A Sanseverino, nonostante l’attenzione meritata che la città e l’ANPI hanno dedicato negli ultimi anni ai partigiani ancora in vita (a Bruno Taborro, combattente del Battaglione Mario, è stato intitolato un importante ponte in centro), è stata dedicata a Mario Depangher solo una via secondaria se non terziaria, di campagna tra Tabbiano, Serripola e Orpiano, in mezzo a tre o quattro case, a 4 km dal centro.

Mario Depangher era comunista.



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