Bile, rancore e fatalismo ai tempi del coronavirus

Come si vive in quarantena con una pandemia intorno.

Pubblicato il 13 Marzo 2020

Una pandemia, ha dichiarato l’OMS. Chi l’aveva mai vista una pandemia. Il Coronavirus ha fermato l’Italia e mezzo mondo come nemmeno la guerra era riuscita a fare. Dovremmo però accettare con più serenità la sorte. Forse con un pizzico di fatalismo in più ci metteremmo l’anima in pace ed eviteremmo tanti indugi. Sarà quillu che Dio vole, avrebbe detto nonno, sopravvissuto alla Campagna italiana di Grecia e a un campo di lavoro nazista.

coronavirus marche

Da questa situazione non se ne esce con un isolamento parziale né totale né con i metri di distanza né con le mani pulite. Facciamocene una ragione, siamo italiani, non basterà l’esercito ad arginare la nostra indisciplinatezza. Ma in un modo o nell’altro sopravviveremo. Anche se chiudere un terzo, un mezzo, tre quarti delle attività di chi già si muore di fame – per gli altri, moriranno i lavoratori – ha l’impatto del triciclo contro il tir. Ecco magari perché a un metro dai nostri confini la vita non è cambiata di una virgola, se non nel divieto di farci entrare che finalmente hanno una scusa per legittimare. Spero ce ne ricorderemo, come quando abbiamo chiesto mascherine in sede UE e Germania e Francia ne hanno vietato l’export. La Cina ce ne ha spedite due milioni.

Non siamo di fronte a un castigo divino, e non è un complotto per quanto la politica e il capitalismo – soprattutto il capitalismo – abbiano le loro colpe.
Quando il problema stava ancora solo in Cina, in una bella newsletter di un’associazione che con la Cina ha parecchio anche fare si parlava della natura, dei suoi cicli, dei suoi necessari tempi di riposo. Non nasce niente senza gestazione, non un uomo né un albero né un’idea. I cicli produttivi non prevedono pause, invece; chiudono i musei ma non la borsa, devo stare in casa ma posso acquistare online. Il sistema è malato, e che si ammali chi lo usa è purtroppo scontato.

Io sinceramente mi sono sentito abbastanza protetto, fino ad oggi. Quasi immune fin dal giorno uno, quando si chiudevano solo le scuole e dopo l’aperitivo si andava a cena fuori. Non lavoro, non posso permettermi più i banconi dei bar, non frequento luoghi affollati – che qua manco alle Poste c’è più folla – e a dirla tutta nemmeno poco frequentati. Non frequento e basta. Non faccio un cazzo, ecco, e non conosco nessuno, non ho rapporti umani col prossimo fatta eccezione per la mia famiglia metro o non metro di distanza.

E mica da oggi o da ieri; da un bel pezzo. Anni, direi. Io e il prossimo ci schifiamo dal 1998. Mi sputavano, per non avvicinarmisi. Non so se basterà questo a salvarmi, ma a guardare gente che lavora, operai a catena, uffici affollati, code in farmacia fino all’altro ieri, bar e aperitivi con live incluso e ristoranti pieni fino a ieri, associazioni con le loro iniziative in piedi come niente fosse e vari avvoltoi che sorvolano carcasse altrui per occuparne il posto mi domando se proprio io devo essere così sfortunato da infettarmi.

Chi si incontra mascherina sul volto e cane al guinzaglio si parla da un lato all’altro della strada; nei palazzi da una terrazza all’altra. I pensionati fanno manutenzioni forsennate in casa come se ieri non avessero potuto farlo. Passano autobus vuoti. Le pale costanti degli elicotteri ad alta quota e l’auto fonica che ci ricorda che dobbiamo morire.
I consigli degli psicologi su come sopravvivere in casa al coronavirus e gente che visita musei virtuali senza aver mai messo piede nella pinacoteca del loro paesetto. Infami alla finestra per verificare la tenuta dei vicini e gente in armatura in fila, lontani tra loro, davanti ai supermercati.

Con tutto il buon senso del caso, sporadicamente sono uscito. Vivere isolati dal mondo ha i suoi rari vantaggi. Qua ancora non c’è nessun malato, nonostante la mia sia la quarta regione in Italia al momento per numero di contagi. Da queste montagne i contatti con l’esterno sono pochi, e questo limite può salvarci, stavolta.
Non che non mi piaccia stare a casa, anzi, quanto preferirei scrivere sulla mia scrivania piuttosto che su una panchina in un parco deserto – e abbandonato – esattamente come deserto era un mese e tre mesi fa, ma con un bimbo di quattro anni in casa è dura; è dura anche al parco, a dirla tutta. Ma negli ultimi anni solo i vaffanculo sono venuti fuori facili.

Se tutti facessero come me, qua attorno non ci sarebbe comunque nessuno. Perché non c’è mai stato nessuno. Cento metri ed è campagna aperta. Dieci minuti di cammino e c’è boscaglia, montagna. Lupi e cinghiali.

In questo stato di sospensione, questa precarietà, questo senso di caducità, questa domenica perenne navighiamo a vista senza pretese né orientamento. Viviamo così dal 2016, se vogliamo dare pane al pane. Siamo in quarantena da quel terremoto che ci ha semi spianato. Svegliarsi senza malattia è ogni giorno il traguardo più ambito, per chi ha ancora una casa in muratura nell’epicentro. Le zone rosse le abitiamo da talmente tanto che ci fa sorridere, o sentire compagni, vederle oggi in tutta Italia.

Il proliferare di dirette ci urla che non siamo in grado di stare con noi stessi manco mezza giornata. Che un’istituzione come la Regione debba emettere una comunicazione ufficiale per spiegare cosa significhi fare una passeggiata la dice lunga su come la gente non sappia cosa sia una passeggiata non finalizzata ad altro se non il semplice uscire di casa senza dover comprare cose. Che comportamento sconosciuto.

Poi magari mi infetto domani e ripenso al tempo trascorso al parco, da solo con mio figlio, ad annoiarmi su una panchina al sole con in una mano le bolle dei PJ Masks e nell’altra il telefono per scrivere non so come queste righe, che carta e penna in mano mia con lui vicino durano due secondi, e allora mi convinco che doveva toccare proprio a me e buona pace.

La fine è importante in tutte le cose.



Dillo a tutti

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