Fase II. Da qui che s’impara

Riemergiamo da una quarantena senza ossigeno per soffocare più di prima. Per non dimenticare.

Pubblicato il 9 Maggio 2020

Al parco abbandonato dove trascorrevamo le prime giornate di quarantena, quando ancora si poteva uscire di casa se sopportavi i te pozza pijà ‘ncorbo dalle finestre, l’erba è alta.

Sono trascorsi due mesi. Solo due mesi. Due mesi di vita che ci hanno rubato. Sembrano mille anni fa le ultime istantanee dalla quarantena con gente in chiesa che si dà il cambio all’ingresso perché non si sa più a cosa aggrapparsi. Sulle vetrine dei negozi la data di riapertura cancellata a penna e sovrascritta una, due, tre volte. L’odore di Amuchina che non riesco a dissociare dai viaggi, fino a ieri la usavo solo negli aeroporti, ironia della sorte. I vecchi disperati fanno cento volte il giro del palazzo, lenti lenti, guardandosi i piedi.

Esorcizzo la paura che mi fanno le maschere sui volti, questo clima da ospedale che c’è fuori, incappucciato e col volto coperto; dopo vent’anni posso girare in strada così, come fossi in guerriglia, in pieno giorno e senza nascondermi. Mi mancano le Montana in tasca e l’eskimo. La protezione civile ci ricorda che moriremo tutti e ci invita a stare a casa dalla fonica mentre quasi tutti i negozi riaprono. Per chi riaprano, se dobbiamo stare a casa, non è chiaro.

Un caos di decreti e sovrapposizioni e contrasti tra governo, regioni e comuni che ha del comico. Anzi, del tragicomico, che con lo spauracchio della tragedia si è sorpassato ogni limite e noi lì a spaccare il capello in quattro sulle differenze tra passeggiata e attività motoria mentre quel poco di civiltà che c’era rimasta come genere umano andava a puttane.

Abbiamo sopportato la teatralità dei parchi chiusi e i soprusi contro camminatori clandestini stanati da droni, le maschere e i guanti e il burqa e i funerali negati e i camion dell’esercito a trasportare le bare, come non ci fossero stati altri mezzi di trasporto meno scenografici. L’asticella della tragedia costantemente spinta in alto, perché è in un’emergenza che si possono assumere i pieni poteri mentre il popolo si azzanna dalle finestre. E non metaforicamente. Deviare poi sul cittadino indisciplinato la responsabilità dei disastri di una classe dirigente che ha aziendalizzato e spianato la sanità pubblica, lasciando vecchi a crepare nelle case di riposo e medici a infettarsi in corsia e morti di fame ad aspettare tamponi in mezzo alla strada per settimane. Quindi reagito isterica e inefficace ai primi focolai poi limitato libertà costituzionali come nessuno in Europa per additare capri espiatori – il vecchio, il bambino, il runner – e nascondere questi disastri.

Abbiamo sopportato tutto questo per entrare in una fase II ancora al giorno zero della pandemia. Ma ci hanno rinchiuso due mesi, per non trovare soluzione alcuna se non rinchiuderci, appunto. Fortuna un team di esperti. Bastava la classe di mio figlio, scuola dell’infanzia sezione marrone.

Nelle Marche, sempre all’avanguardia

Il superospedale astronave balneare di Ceriscioli e il Superman Bertolaso, guarito dal coronavirus in venti giorni e tornato a Civitanova a parlare a dieci persone attorno a lui senza mascherina, sulla scia del disastro terapia intensiva lombardo ridurrà i posti letto ma non i costiridurrà i posti letto ma non i costi. Ora si parla di 140.000€ a posto letto. Hanno chiuso ospedali pubblici e reparti su reparti, specie nell’entroterra, per mancanza di personale ma adesso sembra che i dipendenti per questa astronave per terapie intensive, che sarà pronta a maggio – quando lo stesso Ceriscioli prevede lo zero contagi -, verranno proprio dall’Asur. Lavoratori prelevati dagli ospedali pubblici, gli stessi ai quali la regione ha destinato la metà dei fondi previsti le le strutture private.

Quando tutto sarà privato saremo privati di tutto.
Nel frattempo, oggi come ieri, non sanno dove mettersi le mani. Forse è per questo che l’indice di apprezzamento verso questi governanti non crolla mentre la gente scende in strada armata come dovrebbe succedere in qualsiasi paese civile, perché nemmeno noi sappiamo dove metterci le mani. Conte sembra uno de noi. Arrendiamoci, ma per favore non prendeteci per il culo.

Dalla quarantena un insegnamento: la quarantena rende peggiori

Un’aria così dolce mi richiama mattine in paesi lontani, in anni ancora più lontani. Non sono di quelli che Tornassi indietro rifarei tutto come l’ho fatto. No, col cazzo. Rifarei il triplo almeno di quello che ho fatto, e triplicherei anche il come. Ecco, magari a quarant’anni con quelle intensità non ci arriverei, ma tra il trascinarmi così o lo spingere quando si può non avrei dubbi.

Io sono una persona disgustosa e in questa quarantena sono peggiorato, un po’ come tutti. Odio la vostra quarantena, così confortevole e meditativa, così ricca di opportunità a distanza e densa di tempo da dedicare a voi e ai vostri interessi. La odio perché a me è preclusa. Posso solo rodermi e continuare a peggiorare. In altri anni non me sarebbero bastate tre, di quarantene, per mettermi in pari con me stesso. Oggi spero finisca veloce per tornare a fare altro da me come tutti e non corrucciarmi più per il tempo per me che sto sprecando.

Ma sono in buona pessima compagnia. Gli italiani non sono migliorati, siamo un popolo pessimo come ieri e domani, ma se sembra siano state rispettate le assurde regole del lockdown non è per rispetto; è per paura. Gli italiani hanno paura di morire, solo per questo non si inventano rocambolesche fughe, ma odiano ogni giorno di più. Agli italiani risulta semplice rinunciare alla libertà in nome della sopravvivenza.

Poi un giorno cambia l’hashtag, e diventano tutti amici in prospettiva di una rinascita. Ma la mia primavera è da sempre rossa e il rosso è un colore primario, la vostra riscossa resta una sfumatura.

Fine del lockdown

E alla fine, la fine della fase 1. A Conte per il suo discorso bastavano due minuti: non cambia un cazzo, potete al massimo farvi due passi. Per il resto, tutti a lavorare. Sarebbe stato ancora più uno de noi, schietto e ‘gnorante come ciauscolo e Varnelli.

La montagna, qua, imperturbabile. La montagna in contrapposizione al mare. Quanto lo vorrei, però, adesso, il mare. Ne vorrei settimane. Ma non mi sembra il momento: giù si stanno organizzando i parcheggiatori abusivi per fronteggiare l’ondata di disperati come me affamati di spiagge. Alcune città costiere hanno dovuto chiudere i sottopassaggi, altri tutto il litorale, ma il problema siamo ancora noi, sui monti, che spargiamo il virus. Ah, e i bambini. Al parco hanno sprangato i giochi, là dove hanno aperto i parchi.

quarantena fase II

La fase due. Due volte vaffanculo

Poi il 4 maggio. Chi se lo immaginava ci saremmo arrivati senza impazzire, o almeno senza impazzire troppo.

Il 4 maggio e la fuga in avanti del Comandante Ce Luca Ceriscioli, che come due mesi fa chiuse tutto prima che Conte scoprisse il giochino dei decreti oggi ci permette di fare attività motoria in tutto il territorio regionale. Che tradotto, significa che posso prendere la macchina e arrampicarmi sui Sibillini per poi scendere a lavorare l’orto nelle colline tra Chienti e Potenza e godermi il tramonto sul Conero passeggiando in riva all’Adriatico. Ho la fortuna di vivere nelle Marche, l’Italia in una regione; mi dispiace per gli altri. Ma anche no: tolto questo, essere marchigiani non ha altri vantaggi.

Quello che ci permette oggi il Governatore è quanto di più vicino alla libertà potessi immaginare fino a poche settimane fa. So accontentarmi. Soprattutto quando sento che c’è chi rimpiange i rapporti umani e si lamenta del capolavoro interpretativo costruito dal governo sui congiunti e penso che poteva andarmi peggio.

Eccolo il 4 maggio. Tana libera tutti. La depressione post parto è tangibile, la delusione rilevante, il rimpianto tagliente. A guardare indietro due mesi, delle nobili intenzioni è svanito anche il ricordo. Potevo fare tanto: un’occasione di crescita come questa, che tanto ho celebrato come finalmente un momento di confronto con me stesso, è andata allegramente a puttane dopo pochi giorni. E quel confronto, quando c’è stato, mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Le condizioni esterne non mi hanno aiutato e mi hanno confermato che questo è un virus per ricchi, che sopravvivere alla quarantena in condizioni agevoli come possono permettersi quelli che postano dieci foto al giorno nel loro giardino di due ettari è più facile. E una vita facile ti permette di dedicarti agli optional, come la cura del tuo io. Perché solo chi non lavora per comprare il pane ma per comprare iPhone può pensare che coltivare il proprio io sia più importante di mettere assieme pranzo e cena, o arrivare al tramonto quando già all’alba non reggi più l’insostenibilità della giornata. Una giornata che è lo specchio di una vita.

La fase due. Ho rimesso al polso l’orologio, gli anelli alle dita. Dimezzato il tempo di lettura di social e giornali la mattina. Finto che dal 3 al 4 maggio sia cambiato qualcosa. Insistito per convincermi che dal 3 al 4 maggio sia cambiato qualcosa. Qualcosa che somiglia alla realtà che avevamo prima che, capiamoci, faceva schifo.
Ecco, non è cambiato un cazzo.



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