Giona. Giorno zero

Vieni al mondo in riva al mare, in questo novembre che tanto s'è fatto attendere, Giona.
E ora vogliamo avere solo tanti domani. Assieme. In tre.

Pubblicato il 14 Dicembre 2015

Chiusi la porta alle spalle come qualsiasi altro giorno, il giorno che diventai padre, imponendomi di non pensarci troppo che le ore davanti per farlo si prospettavano lunghe, le prime luci dell’alba dietro il San Vicino, quell’ospedale pediatrico così angosciante a socchiuderci i battenti in riva all’Adriatico nel freddo del mattino.
Non me lo sono mai confermato con certezza, chi potrebbe farlo, poi, quel primo ricordo di vita, quello che hanno o hanno inventato tutti, quello a partire dal quale inizi a costruire un’esistenza. Non lo so e non lo saprò mai quanto sia vera e quanto il cervello l’abbia costruita a posteriori, questa impressione, ma io queste stanze le ricordo. Il mio primo sguardo memore scrisse in una memoria vergine il mare, quel blu profondo così lontano così vicino fuori dalle finestre di quest’ospedale, un giorno imprecisato in uno dei primi miei anni di vita.

La nostra vallata sotto un cielo scuro ma limpido, tanti chilometri indietro. La facciata di questo ospedale rovinata da venti, anni e salsedine a picco sul gomito sull’Adriatico. La scalinata qua sotto avrebbe dovuto rappresentare un’aquila ad ali spiegate, per chi si avvicinava alla costa via mare. Oggi, nella desolazione di novembre, il grigio pesante sul verde trasparente del mare, ogni elemento sembra sottotono in questa città così ostica dove tanto avrei voluto vivere, che ora accompagnerà mio figlio in ogni documento.
Non è stata lieve l’attesa, non ci aspettavamo poi nulla di diverso, ma la natura s’è accanita a non regalarci la naturalità di un momento che vorremmo dimenticare ancora prima che accada.

Ancona

Venire al mondo in strutture come questa è già una lezione. Capisci la miseria di lamentarsi della chiusura di piccoli punti nascita in ridicoli paesetti quando trascorri giorni in un contesto come questo, un ospedale materno infantile, dove tenere tuo figlio in braccio è un lusso. Lo capisci dalle mascherine sul volto, dalle teste fasciate, dalle sedie a rotelle, dalle lacrime sul viso dei genitori, dalla testa tra le mani dei vecchi, dalle barelle che trasportano corpi minuscoli, dagli incubatori spinti di corsa dagli infermieri tra le sale operatorie e la terapia intensiva, dalle specializzande che non sanno ancora trattenere o inibire il pianto, dalle espressioni provate di chiunque, qua dentro.

Era Marzo, ai piedi del Gran Sasso il tuo cuoricino già batteva; anche allora, intorno, neve. Il distacco delle membrane quando eravamo rassegnati ad aspettare l’alba, nove mesi dopo l’inizio della nottata più lunga. La fine di un ciclo di tanti mesi che ora, con poche ore e tanta paura davanti, sembra nulla. «Il dolore del travaglio serve a prepararti alla vita che verrà». La natura non fa nulla per caso. I tuoi lamenti a ogni picco di contrazione, l’epidurale che fatica a fare effetto. Gli occhi terrorizzati mentre l’ago ti buca la schiena, quelli glaciali dell’anestesista, la sua mano immobile, la sua forma perfetta nel buio della sala travaglio.

Fuori fa freddo. L’aria profuma di incenso e salsedine. Un dolore diffuso che non conosce etnia né religione. La neve alle falde del San Vicino un ricordo di troppi giorni fa, dissolto nel mare grosso scuro che si infrange contro il Conero. Ci si abitua a tutto, anche all’ansiogeno monitoraggio del battito cardiaco del bambino nell’utero, anche al terrore a ogni ecografia, anche allo scorrere i referti neuroradiologici e genetici e analitici di una cartella clinica grande il doppio e pesante mille volte più di quanto immaginassi di sopportare.
Il sistema nervoso non ha tenuto del tutto. Eravamo preparati fino a un certo punto, fino a quel punto che puoi solo prevedere. Siamo andati oltre e abbiamo perso la strada. Non potremo mai sapere dove né perché, esattamente, ma sappiamo che lì non torneremo più.

Giona

Tengo le mani su di un amalgama di carne e sangue e materiale organico e stringo le sue così piccole, in quest’alba fredda di fine novembre, il sole che colora finalmente le pareti rocciose del Conero. «Importante è che sia libero e stia bene». Con quest’ordine, libero e bene. Chi l’avrebbe detto che il tuo primo pensiero da nonno potesse coincidere con la stessa parola che ho sussurrato a mio figlio appena sono riuscito a stringermelo addosso. La prima parola da padre. Libertà.
Giona nasce in riva al mare, nella stasi di questo tardo autunno. Il mondo ora è anche suo. Gli occhietti spalancati non possono ancora vedere nulla di questa sala parto, immobile e nudo sopra la mamma, ma hanno paura. Come dargli torto.

Oggi vorremmo perdere la memoria. Cancellare tutto. Dimenticare il dolore, le pressioni, la vista che si annebbia, le ginocchia che cedono, la stanza che si fa nera. Il cielo che si infrange su di noi. Dimenticare i pianti, le prospettive terribili, il fiato rotto. Dimenticare la disperazione, il vuoto inconsolabile. Dimenticare la paura. Quanto ci vorremmo oltre. Dopo. Quanto.

Uno che non era nessuno, quando tra nessuno giocavamo a fingerci qualcuno tra le montagne mi disse che solo da oggi avrei iniziato a vedere con gli occhi di un adulto il mondo. Chissà perché proprio tu, ora, mi vieni in mente tra i tanti che in realtà tanti non sono. Sarà perché mi manchi, sarà perché a volte sono le frasi cui non dai peso quelle che cicatrizzano, anni dopo. Saranno gli scompensi di un sistema nervoso provato da mesi difficili, ma vorrei chiamare te, ora, urlarti «Sono padre!» e abbracciarti.
Oggi è il mio primo giorno da uomo. Non si direbbe, dal fiume di lacrime che non riesco a fermare. Oggi ho perso la concezione del tempo, non so da quanto siedo di fronte a te che giaci esausta, il giorno appena nato, il tuo torace scosso sotto la camicia sporca di sangue, il volto pallido, aghi ancora infilati nel corpo. Tutta la paura che ho avuto si scioglie mentre ti guardo dormire, nostro figlio tra le braccia, me lo stringo forte addosso e gli confesso che se amare si può, e significa qualcosa farlo, l’ho scoperto stanotte.

Giona

Il ticchettio della risonanza magnetica sappiamo entrambi che non lo dimenticheremo più. «Ho cercato di pensare al mare». Non ce lo meritavamo tutto questo. Tremo ancora quando ci penso, probabilmente tremerò tutta la vita. Il sole che si stacca dal mare, a Est, oggi mi fa tanta paura e non so dove nascondermi, non so a chi chiedere aiuto, non so come proteggerti.
Non so cosa ti sto singhiozzando, ma ti stringo al petto e corro su per le scale fino al quarto, quinto, sesto piano. I traghetti che attraversano l’Adriatico e i cargo in attesa al largo del porto. Lo so che ancora non vedi nulla, non capisci quello che dico e di questa vista percepisci forse solo il freddo, ma questo mare per me è importante che in qualche modo tu lo senta. Che ci dia forza.

Giona apre gli occhi blu sul mare, poi guarda me. I suoi respiri si fondono coi miei sussulti.
Fuori un cielo di un azzurro dolcissimo.



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