Terremoto. Un senso a questo sgomento

Trovare un senso a questa distruzione nella natura, la stessa natura che ci ha raso al suolo.

Pubblicato il 24 Novembre 2016

Questa è la fine. Siamo tutti d’accordo, non ci sarà più alcun futuro. I toni epici teneteveli per i social network, sul campo nessuno può anche solo immaginare che questa terra sopravviverà al sisma del 30 ottobre. Non dico risorgerà, o tornerà com’era, o si rialzerà. No, dico proprio non sopravviverà.
Siamo sopravvissuti noi, tutti, le case sono esplose o hanno spanciato o si sono accasciate, ma siamo rimasti in vita, miracolati o forse dannati di fronte a questo strazio. Questa terra è agonizzante e non ci sarà nemmeno un magnanimo colpo di grazia a porre fine alle sofferenze, morirà giorno dopo giorno nel silenzio dell’aurea mediocritas del modello Marche che il mondo ci invidia solo quando non trema.

Metà almeno della popolazione di qualsiasi comune nel cratere, dopo quel 6.5, se n’è andata e non è verosimile prospettare un ritorno. Di questa metà, troppa parte non se n’è andata, è stata mandata via. Non fossero già state uccise da Google si sarebbero dovute riscrivere le mappe geografiche; buona parte dei piccoli centri dell’entroterra marchigiano colpiti spariranno dalle cartine.
Quando i sindaci parlano di «inagibilità permanente» intendono questo: qui non si ricostruirà più. Fine. Qui resterà la morte senza cadaveri. La natura ha deciso di lasciarci in vita per assistere ogni momento, a partire dalle 7.40 di quella maledetta domenica, attoniti allo sgomento della nostra terra lacerata.

terremoto san severino marche

Trovo offensivo parlare di turismo, invocato non senza ignoranza per non abbandonarci a noi stessi. Come se prima fossimo vissuti di quello. Offensivo se pronunciato dalle stesse bocche piene che già alle 7.41 spalancavano le porte degli alberghi su una costa altrimenti in letargo fino alla prossima estate. Offensivo se pronunciato con le tasche pesanti degli affitti triplicati tanto paga lo Stato. Offensivo se proposto da lidi adriatici dove sono stati riaperti gli chalet, sono arrivate le giostre, sono tornati i mercatini; dove sembra ferragosto perché sanno bene che 40mila sfollati iscriveranno i figli a scuola là e là si cercheranno uno straccio di lavoro e in questo devastato alternarsi di vallate e colli e monti non metteranno più piede.

Ma poi, di quale turismo parlate? Escludo quello macabro – probabilmente l’unico che vedremo – come escludo quello straniero, che dal mondo anglosassone venivano al massimo a comprare ville in campagna prima che la BBC dicesse loro che crollano se la terra sussulta.
Turismo interno per Natale? Non scherzate. Ho vissuto qualche anno lungo la costa e per il grosso degli abitanti di questo piccolo brutto e ricco Adriatico il mondo finisce lì; non sanno dell’esistenza di un entroterra oltre Macerata, quando hanno la ventura di conoscere Macerata.

I primi container arriveranno a Natale. A Natale. Due mesi dopo la distruzione. Dalle mie parti c’era neve già a metà novembre. Per i moduli in legno, dimenticateli; se ne riparlerà la prossima estate. Nel 1997 fu questa la prima urgenza, mantenere la popolazione sul posto, salvare quotidianità ed economia, lasciare in vita i paesi e le attività e le tradizioni di queste terre di montagna.
Oggi è l’esatto opposto. Prima della ricognizione dei danni, dando per scontata l’inagibilità della totalità delle strutture, la deportazione ha migrato al mare interi paesi. Migliaia di persone. Migliaia di sfollati, ormai espiantati, sradicati, inerti. Occhi vuoti e cuori gonfi. Vi dicessero di restare due mesi sotto la neve, in montagna, in attesa di una scatola di lamiera, fareste lo stesso.

La natura. La natura che ha sterminato Amatrice, distrutto Visso e ogni casa alle pendici dei Sibillini, ridotto in macerie sogni e paesaggi, quella natura un istante dopo l’esplosione è tornata la stessa. Immobile, muta. La natura che ci ha raso al suolo ma ancora fa meno paura degli uomini. Quella natura che sembra conoscere ogni risposta e uno dei sindaci del territorio, spesso gli unici e gli ultimi a resistere, in ginocchio su questo disastro, alla fine, è qui che cerca sollievo.

«[…]E non vedi più nessuno… tutto sembra finito in un nero sudario… ma se vai lungo il fiume riconosci come il Potenza sia sempre lì, fermo eppure sempre in moto a rappresentare identitariamente con le sue furie invernali e le sue dolci calme estive una identità, un territorio, il senso della natura. Ed allora ti accorgi che esiste qualcosa di tangibile, vero, autentico, un fiume vissuto dai tuoi padri e dai tuoi nonni che lì hanno bivaccato, lavorato, oziato ed amoreggiato e capisci che solo la natura può dare un senso ad uno sgomento così grande».



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