Pioveva, quel 26 aprile di sangue

Nell'anniversario della Liberazione un ricordo dell'eccidio di Valdiola

Pubblicato il 24 Aprile 2014

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Valdiola, lapide a ricordo dell’eccidio

Rino Falistocco era mio nonno. Il padre di mia madre. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e viverci almeno un quarto di secolo. Lui non avrebbe potuto dire lo stesso, dei suoi familiari.

Era in Albania, Rino, quell’8 settembre di vergogna. Il 9 settembre 1943 gli alleati tedeschi divennero nemici, venne fatto prigioniero insieme ai sui compagni e deportato nel campo di concentramento di Bismarckhütte in Polonia, poi in Russia, come lavoratore coatto nell’industria bellica nazista. Liberato dall’Armata Rossa nell’aprile del 1945, a piedi e con mezzi di fortuna riuscì a tornare a casa solo il 17 settembre 1945. Dov’era casa sua cinque anni prima trovò ruderi bruciati e una lapide con troppi nomi, tra cui quelli del padre e del fratello.

Valdiola è una località oggi abbandonata che si allunga tra i monti dell’Appennino umbro-marchigiano, tra Sanseverino e Matelica. Lì, il 26 aprile 1944, furono uccisi Venturino Falistocco, Armando Falistocco, Giuseppe Poeta, Marino Costantini. A morire non furono soldati tedeschi o combattenti partigiani, ma civili vittime di una guerra di cui erano inermi spettatori.
Il 26 aprile di quell’anno era un mercoledì e fuori pioveva. I nazifascisti, favoriti dalla pioggia, arrivarono a Valdiola a piedi senza farsi sentire. Quella mattina nella grande cucina di casa Falistocco erano presenti 12 persone: il capofamiglia Venturino Falistocco, di 65 anni; la moglie Ottilia Fochini Magnatta, di 60 anni; le due figlie Ines ed Albina, rispettivamente di 18 e 17 anni; il figlio Armando Falistocco, militare di 32 anni, che si trovava in famiglia per convalescenza a seguito di una ferita riportata in guerra; sua moglie Antonina Raggi, di 36 anni, insieme ai tre figlioletti Gina di 8 anni, Bruno di 4 anni, e Savino di 2 anni; poi c’erano un nipote di Venturino, Franco Aringolo di 15 anni, e Giuseppe Poeta, 44 anni, originario della Porcarella di Fabriano (oggi Poggio S. Romualdo), che era il garzone. Ai componenti della famiglia si era aggiunto Marino Costantini, di 29 anni, un carbonaio di Chigiano che era venuto a Valdiola per controllare una cotta di carbone e aveva cercato un po’ di riparo dalla pioggia battente presso i Falistocco.

Una decina di soldati tedeschi delle SS insieme ad alcuni militi della G.N.R. spalancarono a calci la porta, entrarono nella cucina con i mitra spianati cercando armi o persone segnalate da infami spie. Avevano portato con loro come ostaggi alcuni contadini di Roti (ben conosciuti dai Falistocco), da usare come scudi umani nel caso i partigiani avessero tentato di attaccarli.
In casa non trovarono nulla, ma nell’attigua casa padronale furono rinvenuti sacchi vuoti di farina, pezzi di armi automatiche e alcune brandine militari. Tanto bastò per l’accusa di ospitalità ai partigiani. Quella non era la loro abitazione, non ne avevano nemmeno le chiavi, ma nessuna giustificazione avrebbe cambiato le intenzioni dei nazifascisti.

Le donne e i bambini furono allontanati verso il fiume Musone; le testimonianze dei sopravvissuti concordano: furono i soldati tedeschi a strappare almeno loro dalla pena capitale, fosse dipeso dagli italiani nessuno sarebbe rimasto in vita. I contadini furono uccisi due per volta: prima il vecchio capofamiglia Venturino e il carbonaio Costantini, quindi Armando e il garzone Giuseppe. Senza processo, senza difesa, abbattuti a colpi di mitra con la sbrigatività dell’assassinio a freddo, come animali al macello. Infine, quasi per cancellare il delitto, fu dato fuoco al pagliaio davanti a cui erano stati giustiziati, poi al fienile e infine alla casa mettendoci dentro della paglia accesa per facilitare la propagazione dell’incendio.
Prima dell’esecuzione i tedeschi avevano ucciso una scrofa, che caricarono sul carretto dei Falistocco trainato da una cavalla e se la portarono via; presero anche il paio di buoi che stavano nella stalla, gli unici animali che riuscirono a razziare essendo gli altri al pascolo brado. Si allontanarono mentre le donne cercavano invano di estrarre dal fuoco i miseri resti dei loro uomini perché non fossero del tutto consumati dalle fiamme.

rino falistocco

Rino Falistocco

Rino Falistocco è morto ormai da sette anni. Non visse sulla sua pelle quell’eccidio, ma i ricordi della madre e delle sorelle testimoni di quell’orrore. Ogni suo ritorno a Valdiola lo faceva sentire a casa, descriveva quei luoghi in cui crebbe, a distanza di decenni, come se li avesse continuati ad abitare ogni giorno. Finché, di fronte alla lapide, comprensibilmente ammutoliva. Certi dolori si possono solo rispettare. Certe storie devono essere i posteri a raccontarle, perché non vengano dimenticate.
Questa, ad esempio, a partire dalla quale avrebbe dovuto rileggere le vittime e le vicende Una lunga scia di sangue, studio di Raoul Paciaroni sulla Resistenza nel sanseverinate in via di pubblicazione. Poi, negli anni, le fonti, le ricerche, le testimonianze e i materiali si sono moltiplicati al punto che una sola vicenda, per quanto terribile sia stata, non sarebbe bastata a dare giustizia ad, appunto, quella lunga scia di sangue che ha martoriato il territorio settempedano dall’8 settembre 1943 al primo luglio 1944. Raoul è mio padre, Rino era suo suocero; mio padre è uno storico, sono almeno dieci anni che sente di doverlo, questo tributo, al padre di sua moglie.
Questa e altre storie drammaticamente vere, di una guerra militare e civile, di uomini e donne coraggiosi e incoscienti che hanno messo a repentaglio la loro vita per consegnarci mi piacerebbe dire la libertà. Loro ci credevano, qualcuno era disposto a morire. Un libro che non sarà un tributo a una o l’altra parte, ma eviterà che i morti vengano uccisi per la seconda volta dall’oblio. Oltre a fornire una lettura storica definitiva delle vicende, dei caduti e della Resistenza a Sanseverino, a settant’anni dalla Liberazione della città.
La presentazione del libro si terrà sabato 21 giugno 2014 al Cineteatro Italia, ore 18, Sanseverino Marche (MC). Altre informazioni su www.unalungasciadisangue.it



Dillo a tutti

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Qualcosa in merito
  • marcello dice:

    Grazie a tutti voi, che mi ricordate che c’è stata e forse da qualche parte c’e ancora un Italia diversa.

  • Si parla di questo anche qui
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