Liberazione

Primo Luglio 1944, Sanseverino libera

Pubblicato il 1 Luglio 2014

partigiani

Partigiani slavi e sovietici il Primo Luglio 1944 in Piazza a Sanseverino

Questa è l’ultima volta. Da mesi non parlo d’altro e ora che Una lunga scia di sangue è un’esperienza che posso considerare alle spalle e archiviare tra le belle esperienze, ora che un anno di lavoro ha dato i suoi frutti, ora che questo primo Luglio è arrivato voglio considerarmi libero e con questa ultima occasione celebrare il settantesimo con un ringraziamento che torna indietro tanti anni, a gente che non ho mai conosciuto ma senza la quale, forse, non sarei qui a godermi questa libertà che ci hanno consegnato.
Il mio modo per considerare chiuso questo lavoro è ricordare quel sabato del 1944 in cui i partigiani scesero in piazza Vittorio Emanuele e genitori, mogli, figli e sorelle riabbracciarono i loro cari. Il primo Sindaco settempedano del dopoguerra, Mario Depangher, pose fine a nove mesi di lotta e morte con parole che nessun altro comandante pronunciò a Liberazione avvenuta:

Ora posso piangere pensando ai Caduti, a tutti i caduti, all’angelico parroco di Braccano, alle donne innocenti, ai contadini martiri della loro eroica ospitalità, ai sei “ragazzi” del ’25 trucidati sul ponte di Chigiano, ai “soci” caduti in combattimento che certamente oggi mi sorridono come nei giorni in cui vivevamo insieme, e penso anche alle doloranti famiglie dei caduti avversari.

mario depangher

Mario Depangher

Dall’8 Settembre Mario stava sui monti. Unico comandante comunista dei battaglioni della V Brigata Garibaldi, a capo dell’unica formazione che non si sciolse quando, in quei nove mesi nelle montagne più aspre, gli scontri seminarono quotidiana morte e dolore; figura carismatica, istriano con un alle spalle anni di carcere fascista e confino, ogni giorno su quell’Appennino così lontano dai suoi pescherecci rischiò la vita per farsi deporre e arrestare pochi mesi dopo la Liberazione dagli alleati che non gradivano la sua appartenenza politica. Tornò a pescare a Capodistria fino all’ultimo dei suoi giorni.
Una via di campagna, nel mio irriconoscente democristiano paese natale, ne onora in maniera miserabile la memoria.

La penna felice di Mario De Simone (1925-1993), scrittore di viva sensibilità culturale, che in qualità di staffetta del G.A.P. aveva collaborato con i partigiani e fu testimone di quello storico primo Luglio, trasmise in un suo dattiloscritto le emozioni di quel giorno:

Il mattino successivo pareva che tutto il paese aspettasse un enorme starnuto, di quelli che non riescono a esplodere quando prudono le narici. Mario Savìnola [pseudonimo dell’autore] e i suoi compagni andarono da una sarta in paese per fargli cucire una bandiera rossa larga quanto un lenzuolo a due piazze con la falce e martello nel mezzo. A metà mattinata scesero i partigiani del triestino [Mario Depangher]. “Perché non avete sparato dalle alture sui tedeschi? Potevate salvare i ponti” fu detto. “Avevamo paura delle rappresaglie in paese” venne risposto. A mano a mano che passavano le ore ci si convinceva che di tedeschi in giro non ce n’era proprio più: gli ultimi avevano fatto saltare i ponti alle spalle. Lo starnuto esplose finalmente fragoroso e liberatorio: la piazza si riempì di popolo che pareva la processione del Corpus Domini. Uomini armati passeggiavano in piazza con le ragazze, con gli amici, coi parenti: ognuno aveva una gran voglia di parlare, parlare, parlare… Tutti ne avevano un gran bisogno: ragionavano, gesticolavano, camminavano in su e in giù, all’aperto o sotto il porticato. Solo adesso ci si accorgeva quanto fosse vuota la piazza nei mesi precedenti: tanta gente insieme era stato uno spettacolo insolito per tanto tempo… oh, quanto: soltanto adesso ci si ricordava dell’allegria perduta. Pareva una fiera, un mercato. Nell’angolo riparato dal sole venne issata una damigiana su un tavolino: tutti potevano attingervi liberamente. In segno di giubilo per far rumore si sparavano in aria le cartucce avanzate. Una pallottola vagante colpì una donna anziana e l’uccise. Seguì un attimo di sbigottimento e un affollarsi attorno al corpo esanime. Poi tornò tutto come prima. Nel pomeriggio arrivarono un paio di camion di bersaglieri: “Sono quelli della Maiella!” gridò la gente facendo ressa intorno. Intanto le damigiane vuote s’ammucchiavano. Quando annottò i nuovi arrivati si misero in cerca di donne che avevano collaborato coi tedeschi e i fascisti per rapargli i capelli a zero. Si pose di mezzo qualcuno del posto e le tonsure vennero ridotte al minimo indispensabile. Una settimana dopo quelle donne ostentavano in giro il fazzoletto annodato in testa: diventò quasi una moda femminile. La bandiera rossa, cucita che fu, era uno spettacolo. Mario Savìnola e i suoi compagni salirono di corsa sulla collina. Giunsero trafelati al Castello, ma l’impresa più difficile fu di salire in cima alla torre. Scale con pioli tarlati, pianerottoli di legno che cedevano sotto i piedi, tutto venne superato di corsa per raggiungere il campanone. Il bandierone venne inalberato: sventolava glorioso all’aria gagliarda che spirava dal mare, sotto il sole potente di quel primo di luglio trionfante su Sansivè e sul creato intorno. Gli sbandieratori s’attaccarono alla corda dandosi il cambio finché la valle non ridondò di vibrazioni solenni. A Mario Savìnola sembrava di stare sul campanile di San Marco, quando suo padre ce lo portava da piccolo. Un contadinello arrivò col fiato in gola: parlava concitato ma nessuno lo capiva per via del rimbombo. Allentarono la fune; subentrò un silenzio strano pieno di vespe ronzanti. “Hanno detto i polacchi che stanno sulla costa di Tolentino” annunciò il villanello “che dovete levare subito la bandiera rossa dalla torre sennò ve la tirano giù loro a cannonate assieme al castello…”. I compagni si guardarono esterrefatti: “L’hanno detto i polacchi?” chiesero sbalorditi. “Loro l’hanno detto: stanno sulla costa in salita e ci hanno pure i carri armati. Ho fatto una corsa in bicicletta che non ne posso più…”. E crollò giù a sedere. “Adesso riposati” rispose uno degli sbandieratori “poi torna indietro e dì ai polacchi che se la tirino giù loro la bandiera…”. La voglia di dar di corda era passata; quella dei polacchi era stata una doccia fredda. Scesero mogi dalla torre impiegando più tempo che per la salita mentre dalla piazza salivano grida di festa e applausi. Un pretino poco più che seminarista si rimboccò la tonaca per arrivare in vetta. Ammainò lui la bandiera e la sostituì col tricolore. Più tardi i giovani compagni vennero messi al corrente sul perché i soldati di Anders, reduci dalla prigionia sovietica, vedessero il rosso come il fumo negli occhi. Gli applausi che venivano dal basso erano per il triestino. Stava imbastendo un discorso dalla terrazza del municipio; talvolta le parole venivano spezzate dalla commozione: gli applausi l’incoraggiavano a proseguire. Dietro l’oratore improvvisato c’era un gruppetto di gente: era il Comitato di Liberazione, un rappresentante per ogni partito. Lisandro Bartolera faceva parte del gruppo. Alla fine sindaco e Giunta comunale vennero eletti seduta stante per ovazione di popolo. Per Sansivè la guerra era finita. Del passaggio del fronte nessuno s’era accorto.

Con Mario scesero tutti, dai monti. Scese Bruno Taborro che è stato l’ultimo ad abbandonarci. Scese Lidio Fiori eroe senza medaglia e scese Gioacchino Panichelli che portava con sé anche la gioia del padre Tito, vedetta armata uccisa dai tedeschi pochi giorni prima, di entrare trionfante nella piazza della città liberata. Scesero i parroci, gli slavi e i sovietici, si abbracciarono con i membri del CLN, con i Carabinieri, con i combattenti del Battaglione Mario. Sventolavano dal balcone del Municipio la bandiera italiana, quella americana, quella inglese, quella sovietica e quella jugoslava.

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Il romano “Fofo”, Aspreno Ciccarelli, Armando Onichini, Francesco Alfei, Gino Raggi in Piazza il Primo Luglio 1944 a Sanseverino

Scesero Fofo e Checchino, Aspreno e Ennio, Gino e Armando, Pantera e Romano e Napoleone in missione segreta, scese Giulio lo Slavo, scese l’elegante Tito. Scesero tutti, portando con loro il ricordo dei caduti e, dopo due giorni di festa, armi puntate contro, si fecero disarmare dai Patrioti della Brigata Maiella che non potevano permettere di lasciare un potenziale esercito parallelo alle loro spalle. Scesero tutti e sui monti, chi lo fece, tornò di sua volontà e per vivere, non più per combattere. La guerra – civile o militare o qualsiasi altro aggettivo si voglia aggiungere chi tra il ’43 e il ’44 attraversò il fuoco non si pose il problema delle definizioni – era finita.

La guerra era anche persa. La Resistenza fu tradita, esattamente come furono traditi anche i piani repubblichini. Non ci furono rivoluzioni né reazioni. Il fiume di miliardi a stelle e strisce del Piano Marshall ci imprigionò nel ruolo di strapagato ultimo baluardo a difesa dell’Impero, il più importante Partito Comunista d’Europa costretto a comizi e ’68 pur di non farsi forza di governo dato che senza equilibri addio crescita a doppia cifra, finché il crollo del Muro regalò un sospiro di sollievo alla NATO e gli USA ci chiusero i rubinetti. Da lì in avanti siamo rotolati sempre più in basso e il fondo è ancora lontano.
All’indomani della Liberazione tutti si scoprirono repubblicani, poi democristiani, e sono passati settant’anni senza che le posizioni, o i voti utili, da queste parti, abbiano subito scossoni. In una città che dedica monumenti ai caduti di Nassiriya, che espone invocazioni alla liberazione dei Marò, che si ricorda dell’ultimo partigiano che ci ha lasciato dopo aver dimenticato per cosa tutti gli altri abbiano lottato, in un territorio dove i mai sbilanciati istituti preposti a tutelare la memoria moltiplicano la promozione di poco oltre che di se stessi, in un paese in cui la storia la si legge per piegarla alla propria visione, in una condizione in cui farsi esempio è tempo perso quindi permetteremo che i nostri figli, per la Resistenza, non proveranno un coinvolgimento emotivo superiore alla I guerra mondiale o alla II guerra d’indipendenza o alla III guerra punica, in questa vista d’insieme diventa frustrante ricordarsi che da settant’anni siamo liberi.

Le informazioni riportate, i testi citati e le fotografie dell’epoca provengono da Raoul Paciaroni, Una lunga scia di sangue, Hexagon Group, Sanseverino Marche, 2014, pp. 231-240.



Dillo a tutti

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